Anthropology Magazine
Essay / Snapshot

Quando il coronavirus ha svuotato le strade, la musica le ha riempite

Una cantautrice antropologa che sta sperimentando la quarantena italiana riflette su come i brani ispirati dalla pandemia connettano le persone e rivelino differenti dinamiche di potere.

Da quando, l’8 marzo, è stata imposta la quarantena in diverse parti d’Italia, sono stata avvolta dal silenzio. In un luogo in cui le persone amano socializzare, parlare, toccare e discutere costantemente, la mancanza di suoni, specialmente delle voci delle persone, è inquietante.

Sull’isola della Sardigna, dove vivo dallo scorso giugno, il silenzio è palpabile. Sembra pesare sul paesaggio. [1] Nota editoriale: seguendo il consiglio del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America, l’autrice ha dovuto lasciare temporaneamente l’Italia a causa della pandemia COVID-19.

Dall’11 marzo, la politica dello “stare a casa” è passata dall’essere raccomandata all’obbligo. Tutti i bar, ristoranti, caffetterie e altre attività “non essenziali” sono state chiuse almeno fino al 3 maggio.

Dalla porta del mio appartamento nella città di Cagliari, vedo solo passanti occasionali che camminano svelti lungo la strada principale dello shopping in città, stringendo diligentemente la loro autodichiarazione – il documento che giustifica i motivi per uscire di casa.

Nei vagoni ferroviari, negozi di alimentari e farmacie, l’odore di candeggina e disinfettante per le mani è opprimente. Assolutamente assente è l’aroma dell’espresso, di solito una parte onnipresente del paesaggio olfattivo della città.

Le piazze vengono disinfettate ogni notte da camion con serbatoi d’acqua. Gli agenti di polizia pattugliano le strade. In una città nota per i suoi ricchi odori, il fragoroso approccio alla vita dei suoi abitanti, le sue feste, le strade sembrano sterili e vuote.

Ma in questo vuoto di profumi e suoni quotidiani, è nata una moltitudine di melodie: concerti sul balcone, registrazioni e video domestici accompagnati dagli hashtag #flashmobsonoro, #iorestoacasa, #lamusicachenonsiferma, #conta, #tuttoandràbene.

Queste esibizioni – brani originali, cover, monologhi o commenti umoristici sulla situazione – sono una risposta sonora a questo silenzio imposto dal governo. Ognuno di noi cerca di mettersi in contatto con l’altro, attraverso l’etere. Dalla solitudine della nostra casa verso qualcun altro, anch’egli nella solitudine della propria abitazione.

Sono venuta in Sardigna per studiare la lingua sarda, condurre una ricerca antropologica sul campo e scrivere e registrare un album con cantautori sardi. Sono rimasta attratta dall’intensità della vita sociale su quest’isola, dalla sua incredibile cultura dell’ospitalità e dal profondo apprezzamento che la gente qui ha per la musica e il suono.

Nel suo brano “Su Baballoti” (Lo Scarafaggio), il cantautore Antonio Pani si lamenta di come il nuovo coronavirus si sia insinuato in ogni angolo della vita sociale italiana. Antonio Pani

La pandemia COVID-19 ha cambiato gran parte di quella ricerca. Ma ha anche rivelato nuovi e importanti modi in cui la musica riecheggia e amplifica le tensioni che vibrano nella vita quotidiana sarda. Le canzoni che emergono dalla quarantena sono una forma profonda di commento sociale sulle prospettive sarde del potere, sulle relazioni con la terraferma italiana, sui modi in cui il virus ha scosso quelle idee di privilegio e status di lunga data tra il nord e il sud dell’Italia.

Il 12 marzo è arrivato, in uno dei vivaci gruppi di WhatsApp di cui faccio parte, il video di una canzone. Una testimonianza che parla a gran voce della connessione tra le diverse culture mondiali. Nel video, Antonio Pani suona un bouzouki irlandese utilizzando uno stile esecutivo che rimanda alla musica della Sardigna, indossa una felpa Oregon e canta una melodia influenzata dallo spagnolo che ricorda lo storytelling delle ballate di corrido delle terre di confine tra Stati Uniti e Messico, dove ho vissuto e studiato in precedenza.

Lo stile – cantu campidanesu – è una forma musicale e poetica ben nota sull’isola. Il genere, chiamato gòcius o gosos, è di origine iberica e si rifà al tempo in cui la Sardigna fu colonizzata dalla Spagna dal 1325 al 1708 circa. I gòcius sono principalmente religiosi, ma nella loro forma secolare possono servire spesso per fare satira su una persona, una determinata situazione, storia o un problema. Inoltre, possono essere canti di protezione per le persone, il raccolto o il bestiame.

Nella canzone – chiamata “Su Baballoti” o “Lo Scarafaggio” – Pani usa la metafora di uno scarafaggio per comunicare in che modo il coronavirus (sa corona) è arrivato in ogni angolo della vita quotidiana. Il cantautore fa riferimento a maschere facciali e lamenta la sospensione dei baci durante i saluti e gli addii, e l’assenza di gesti come il breve tocco di una mano su un braccio per affermare la connessione.

Mi ricorda il giorno prima del blocco, quando ero seduta da sola in un bar all’aperto. Un uomo chiese alla gente di un tavolo vicino al mio un accendino. Mentre questi tendeva la sigaretta per accenderla, la sua ragazza gli ricordò in italiano: “Rispetta la distanza di un metro!”.

Pani gioca con la parola “corona”, sfruttandone il significato ambivalente e connesso al potere regale. Si rivolge al nuovo coronavirus, cantando nella versione meridionale della lingua sarda, il campidanese: “Anche se cammini con una corona / non sarai mai il nostro re”.

Descrive in che modo la pandemia ha avuto un impatto sulla Sardigna e sulla regione settentrionale della Lombardia. “L’Italia è in tormento”, canta. “Anche la Sardigna è stata colpita ma non come la Lombardia, che rimane nei nostri pensieri”.

Infine fissa la telecamera e canta seriamente: “Baballoti, vattene da qui. Non vincerai.”

Con una parodia dello stile del canto a tenòre sardo, Giuseppe Masia e altri tre cantori si lamentano dei 13.300 italiani del nord fuggiti sull’isola durante la pandemia di COVID-19. Giuseppe Masia

Un’altra canzone che circola in questo periodo si rifà allo stile esecutivo tradizionale del cantu a tenòre della Sardigna, che l’UNESCO ha designato come patrimonio culturale immateriale. Imita un tipo di canto ritmico che accompagna la danza e presenta quattro voci maschili che cantano a cappella in un italiano con forti inflessioni sarde e voci basse e gutturali. Il solista è Giuseppe Masia, cantante e comico sardo, e il suo tono è allo stesso tempo sfacciato e molto serio.

La canzone si riferisce a quei 13.300 italiani del settentrione che sono fuggiti nelle loro seconde case in Sardigna nelle ultime due settimane, proprio prima che i confini tra Veneto e Lombardia fossero isolati e dichiarati “zone rosse”. Tredicimila è equivalente al totale dei visitatori che vengono in Sardigna durante i mesi di vacanza di luglio e agosto.

Il recente afflusso è stato, comprensibilmente, fonte di costernazione tra i sardi. Alcuni di loro vedono infatti questi “settentrionali” come i principali vettori del virus.

Masia canta con voce nasale stridente, con le tre voci di accompagnamento che pulsano sotto la sua: “Coronavirus: quando non riesci a trovare una mascherina da nessuna parte (sono state tutte acquistate da zia Gavina) / e le persone ti guardano male quando respiri in pubblico.” La canzone termina con Masia che minaccia, in uno stile melodrammatico, di sparare a qualsiasi milanese che incontra per strada.

La situazione rappresenta una bizzarra inversione di una dinamica secolare per cui i poveri meridionali, compresi i sardi, si trasferiscono al nord per lavoro. (La disoccupazione in Sardigna al momento è superiore al 30 percento.) I settentrionali hanno storicamente trattato i meridionali come “rozzi”, additandoli come terroni (“popolo della terra”). Questi ultimi sono stati spesso considerati come vettori simbolici di povertà e mancanza di istruzione, e come vettori letterali di malattie.

La situazione rappresenta una bizzarra inversione di una dinamica secolare per cui i poveri meridionali, compresi i sardi, si trasferiscono al nord per lavoro. (La disoccupazione in Sardigna al momento è superiore al 30 percento.) I settentrionali hanno storicamente trattato i meridionali come “rozzi”, additandoli come terroni (“popolo della terra”). Questi ultimi sono stati spesso considerati come vettori simbolici di povertà e mancanza di istruzione, e come vettori letterali di malattie.

Da un lato, i ricchi settentrionali sono recentemente arrivati in Sardigna su traghetti con macchine piene di cibo, pronti a rifugiarsi nelle loro seconde case al mare, inconsapevoli del loro privilegio o indifferenti al fatto che potrebbero aver portato la malattia in un’isola a lungo percepita dai continentali come remota e desolata. I sardi si sentono sfruttati.

D’altra parte, con la loro velocità nel giudicare i vicini del nord, alcuni Sardi stanno ripetendo l’esatto comportamento subito dai loro conterranei nel “continente”.

In qualche modo, la COVID-19 ha creato una situazione in cui molte dinamiche si sono sovrapposte, molti equilibri si sono rimescolati.

Ma molti di questi settentrionali sono anche sardi che vivono, studiano e lavorano a Milano e in altri centri del nord, che portano a casa preziosi stipendi, e hanno famiglia e casa in Sardigna. Le persone che Masia minaccia di danneggiare potrebbero essere membri della sua famiglia allargata.

In un momento in cui il nemico può potenzialmente essere chiunque, il nuovo coronavirus divide e dissolve le nostre distinzioni tra “noi” e “loro”.

Kristina Jacobsen è un’antropologa culturale, un’etnografa e una cantautrice che vive ad Albuquerque, nel Nuovo Messico. Professoressa associata di musica e antropologia (etnologia) presso l’Università del Nuovo Messico (UNM), i suoi interessi di ricerca si concentrano su lingua, identità e cultura espressiva. È l’autrice di The Sound of Navajo Country: Music, Language and Diné Belonging (UNC Press, 2017). Il libro si concentra sul periodo in cui ha cantato e suonato con le band country-western Navajo sulla Nazione Navajo, ed è la vincitrice del Woody Guthrie Award 2018 per un libro straordinario sulla musica popolare. Jacobsen è una cantautrice itinerante, leader della band di honky-tonk tutta al femminile, Merlettes, ed è la fondatrice e co-facilitatrice dell’UNM Honky-Tonk Ensemble. Nel 2019-2020, ha eseguito lavori di ricerca sul campo, supportata come U.S. Fulbright Scholar e dalla Fondazione Wenner-Gren, per un nuovo libro sulla scrittura di brani, il recupero della lingua e il colonialismo italiano sull’isola mediterranea della Sardigna.

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